OCEANO

Eravamo assieme giorni fa sotto una luna umida e rampante, tra le piante e tra gli insetti. I gatti, sopra il tetto, ci vegliavano. Guardinghi, raminghi, mi han sentito dire di sicuro: “La vita o si vive o si scrive”. Avranno riconosciuto la citazione? Altre voci hanno risposto citando a loro volta, dicendo che si scrive ciò che si conosce e che niente è più noioso della vita di uno scrittore. Questa triangolazione di frasi che, sciogliendole, sarebbero suoni privi di senso—come le mie parole per parecchi—entrano in relazione col presente, ma in che modo? Che significano?  Ho preso tempo per rifletterci, indugiando sotto la luna, godendo la compagnia di qualche sigaretta, dei gatti lassù, silenziosi come abati, e di un pipistrello poi un altro. Venere è apparsa nell’empireo ben due volte, assieme alle blatte dal ventre buio della terra, divinità della notte.

Vivere e scrivere sono i poli opposti a cui si situano molte delle interazioni alle quali prendo parte e tutte le interpretazioni che susseguono. Intendo con questo che, guardandovi un po’ intorno, troverete certamente compagni di viaggio dominati da un istinto oppure l’altro: chi tra amici amanti e conoscenti vive la vita correndo a più non posso, e chi invece ne scrive, cioè la osserva soprattutto. Chi la vive e basta è bulimico d’eventi, smanioso di rumore, cerca e costruisce e non dà eccessivo spazio alla voce interiore: è tutto corpo, tutto oggetto, adrenalina e sensi.  Viceversa, lo spirito contemplativo trova nella pace e nel silenzio alleati irrinunciabili, lo spazio necessario  a dilatare all’infinito le possibilità creative: usa la solitudine per espandere la conoscenza di se stesso e delle cose, per ragionarci, per sapere.

Luigi Pirandello

Ciascuno certamente in cuore ha in germe una e l’altra parte secondo giusta proporzione. Sovente però capita che in uno domini o si affermi, nel corso del tempo, la prima o la seconda, e non è affatto inconsueto—capita anzi quasi sempre—che si scruti il fronte opposto con sospetto, con invidia o con sussiego, ponendo per arroganza o per timore il proprio vivere come esempio di virtù e primato indiscutibile. Questo è un errore grande, perché nulla preso intonso e pieno è buono, e di ogni tratto personale va fatto quel che i greci facevano col vino: prendere una brocca e diluire. Sono tempi, questi qui, in cui difendiamo la purezza a spada tratta e il giusto è sempre nostro, tuttavia la verità, neanche a dirlo, sta nel mezzo. Nella forma ibrida, nell’identità spuria, nell’incontro a mezza via.

Già Baruch Spinoza, contro i piani cartesiani, i moderni santi e gli influencer che descrivono l’essere umano come un’isola d’edonismo o platonismo, diceva che un corpo è “un infinito processo di composizione” fatto di movimento e di riposo, e che nessuna ragione (o mente) può conoscere se stessa da se stessa: in verità, diceva, “Ho conoscenza di me stesso dall’azione che gli altri corpi esercitano su di me e dalle combinazioni che ne conseguono”. Spinoza sghignazzava come un matto all’idea di un Adamo-perfetto-prima-del-peccato-originale, cioè vergine di ogni incontro. Prima di addentare la mela (azione/vita), e di pervenire così alla conoscenza del bene e del male (contemplazione/scrittura) Adamo esisteva alla stregua di un neonato. Quando un corpo si combina con il mio, se l’incontro è buono la potenza aumenta; al contrario, diminuisce se l’altro corpo mi danneggia o mi disgrega.*

Baruch Spinoza

Cosa implica tutto questo? Implica senz’altro che nessuno può tagliarsi fuori, puntare il dito e declinare le responsabilità degli effetti di un incontro, del fiore che ne sboccia: sia esso splendido o ritorto, fetido o sublime; risulti cioè quel fiore specchio di uno dei due estremi fondamentali del processo, ossia gioia o tristezza. Esistiamo esclusivamente nell’incontro: la nostra esistenza si realizza nell’attimo in cui ci confrontiamo. Prima, io per te non sono, e tu non sei per me. C’è chi gli ha dato un nuovo nome a questa realtà: intra-azione. Non scegliendo tra vivere o scrivere perciò, non nel vivere edonista di un presente consumato sottraendogli lo spazio, la densità e pienezza del perché stiamo vivendo, né nella vana speranza di trovare, sprofondando in noi stessi e nel silenzio una risposta, si può imboccare la via giusta, bensì nel farci via noi stessi, esplorando l’oceano delle infinite possibilità diluendo intelligenza in ogni azione.

La video installazione di Aki Inomata alla XXII Triennale di Milano 2019

Ripensavo a una certa installazione di Aki Inomata alla Triennale di Milano, che mostrava come il polpo, posto accanto a un’ammonite sua dimora ancestrale, la cerca per istinto, volendoci rientrare. Mi son sentito così per un po’: privato del guscio familiare, smarrito, nostalgico. Sono stato invitato a meditare poi sul fatto che il polpo ha scoperto, smarrendo quel suo guscio nel corso dell’evoluzione, tesori assai maggiori: il pensiero tentacolare, la tessitura di trame, intelligenza e astuzia senza eguali. Ora scopro addirittura che ogni braccio del suo corpo, ad ogni movimento, prima ancora che l’azione pervenga al cervello, è nota alle altre braccia, che agiscono da sole. Ogni braccio di quel corpo, ogni ventosa ed ogni fibra sanno che le aspetta prima ancora che la mente possa scriverne, perché vivendo hanno già scritto. L’oceano è un campo aperto, possibilità infinite. Che altro c’è da dire?

* Tutte le citazioni sono tratte da Gilles Deleuze, Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza, a cura di Aldo Pardi, Ombre Corte, Verona, 2007.

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