VOLO

Prendiamo la strada per i campi, ai vespri sai che pace”, mi dico lasciando la coda del rientro domenicale. Tra i paeselli e lungo i viali, entrano dal finestrino profumo di tigli e pace e luce. Mi fermo, e vedo fermarsi un’altra auto. Il motivo è lo stesso: un uccello che si dibatte in mezzo alla carreggiata. Cerco di capire cosa sia successo. Lo raccolgo tra le mani, prova a beccarmi, serra gli occhi. Uno dei ragazzi rimuove i lacci che gli impediscono il cammino, le ali sembran sane ma fa un passo e cade. Non sappiamo che i rondoni (Apus apus) vivono l’intero ciclo vitale in volo, si posano per la cova e mai altrimenti. Le zampe corte—apus significa appunto “senza piede”—non consentono loro d’involarsi dal suolo né di camminare in cerca di cibo. In caso d’atterraggio o di caduta vanno alzati come alianti, e loro poi si librano. Siamo quaglie di città, ci resta però almeno la decenza di domandare a chi ne sa.    

Le mani sul volante, mi viene da pensare d’esser stato a terra a dimenarmi pure io per troppo tempo. Tempo per arrendermi alla stanchezza e rinunciare. Tempo per fare di un’assenza a ogni risveglio il nuovo quotidiano. Nessuna delle due cose è pienamente realizzata; si perde nel groviglio della mente e certe frasi, e certi gesti, fanno male. Dopo tanto arrabattarmi per scovare le risposte, ho rinunciato. Così facendo, finalmente, il primo pensiero aperti gli occhi—“Dove sei?”—piano piano cede il passo a ciò che è, al presente che ignoravo e ora respiro. Ritrovo quanto avevo, e trovo cose nuove. Non cose migliori, ma cose per cui non serve sbatter l’ali a più non posso, solo impegnarsi a trovar la leva giusta per alzarsi. Cose presenti, cose che anziché dire “Fai di più, non è abbastanza”, dicono “Grazie. Ora riposa”.

Non cerco più risposte: non ci sono. La realtà sola è reale, non le domande, non i dubbi, non le risate di scherno, non le ali pestate. Fatico a pensare così, perché la promessa di capire e farsi capire, la promessa di cambiare e d’involarsi assieme, a lungo è stata vento in poppa. Le promesse non sono reali, sono un’altra fuga dal presente. Siamo drogati di promesse e di ricordi perché amiamo troppo le une e gli altri, dovremmo invece amare ciò che siamo in questo istante. C’è chi vive in una gabbia e l’ama pure, è sana e a norma e a fuggire non ci pensa, vuole anzi che ad entrarci siano gli altri. Hanno appreso a camminare a lezioni a me negate e son stabili sui piedi; l’unica lezione a me impartita è stata questa: “Fa’ secondo coscienza”. Madre e padre m’hanno insegnato a volteggiare tra le case, non a farmi strada a grandi passi. I loro piedi erano fessi, ma avevano ali per salire ed osservare.

Guarda un po’ se a 34 anni puoi esser tonto al punto da provare a far la quaglia, per poi infine riconoscere che anche come quaglia non c’è verso: per quanto provi, la vita in voliera così bella sana e a norma non ti basta, e la speranza è la droga di chi ama poco e s’ama niente. Guarda se a 34 anni puoi scoprire un’altra volta che la vita aerea ti si addice e devi amare il volo in sincrono dei simili piuttosto che invidiar la terra altrui e le reti e le quisquilie. Ma si sa, se vivi con la testa fra le nuvole, la terra ti seduce perché produce e costruisce, mentre in aria tutto passa e si vive di respiro. Perciò ora tento il volo, sudo e piango e faccio perno sulle spalle. Respiro, e ritorno. Volo secondo coscienza, con l’unico corpo che vola e che ride. Volo, e resto in volo.

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