IN UN GUSCIO DI CHIOCCIOLA

Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna”, disse Joshua di Nazareth. Altri dicono che devi sacrificare il tuo io per pervenire alla conoscenza del Sé. Dicono che per attingere alla Saggezza devi trovare la porta che ti conduca laggiù, e quella porta è in te. Dicono che dietro la porta si schiuda una dimensione di spazio e silenzio infiniti, di pace e di vuoto. Dicono che questo è il promesso Regno dei Cieli. Dicono che la Verità sia oltre il Saṃsāra, cioè il Velo di Maya, lo stato di Sonno o l’Inganno, la vita dell’identificazione con l’ego, dell’attaccamento alla propria narrazione: “Io sono la mia storia”. Il Sé è invece parte di un’Unità transpersonale, spropositata e imperitura, definitiva: la Coscienza Cosmica, il Cuore dell’Universo, Dio.

Altri parton col dire che scoprire e nutrire la propria autentica essenza concentrandosi sul momento presente, esercitando cioè la Presenza o il Ricordo di Sé, procuri un posto nell’Eternità. L’anima non è data in regalo al corpo-macchina, la si fabbrica privando degli automatismi ogni istante, consapevoli di essere al mondo e di star svolgendo ciò che stiamo svolgendo. Sintesi di misticismo e fordismo. Tuttavia, il fine è secondario: non lasciando nulla passare non visto, né in te né nel Saṃsāra, il mondo perde l’insensatezza, la nausea sartriana; con la Presenza, distacco e illusione si spezzano e si vive appieno ogni istante. Lo stato di Presenza non lascia penetrare nel qui e ora le ombre della memoria, né si fa abbagliare dalle ansie per il futuro. “Nel mezzo del cammin di nostra vita”—qui e ora—semplicemente si è, e la selva si fa lucus, radura illuminata e sede del sacro. Il mezzo, in sostanza, si fa esso stesso fine.  

Dicono: lascia l’inganno, squarcia il Velo, spezza al Saṃsāra la schiena! Dicono: dai fuoco alla selva con la luce interiore, c’è un mondo più alto, c’è un mondo migliore! Cosa dice il mio cuore? È vero: i pensieri che infestano la mia mente, la mia storia e come la interpreto, i segni del mio addomesticamento non bastano a descrivermi. È vero, dietro quelle nubi c’è un cielo sereno che trascende apprendimenti e giudizi e saperi, ed è il Me stesso che ero. Il Me originale, il Me “in purezza”, selvatico, è un bambino che osserva le sue mani come un miracolo, e sogna altre mani: un bimbo per cui il Saṃsāra, il mondo intero, è un’umida tetta. Quel bimbo, quel Me, è stato il mio primo respiro; sopravvive, anzi vive, in ogni respiro. Questi che dicono, mi pare taglino sempre in due il mondo: spirito e corpo, luce e materia, verità e inganno. “Trascendi! Svegliati! È tutto un imbroglio!” Gli sfugge però che alla base dei loro esercizi c’è il tratto che distingue l’essere umano dalle altre specie in quanto unico animale narrativo: la coscienza d’esser coscienti. Tale Presenza è forse anche alla scaturigine del sogno di un mondo diverso dal vivente e visibile, come d’ogni pensiero che riduce i corpi a macchine fesse, e la Terra a uno spettro dal quale smarcarsi.

A sinistra una pittura rupestre di Vilafamés, in Spagna, fotografata da Nicholas Humphrey nel 2006 e risalente a circa quindicimila anni fa; a destra uno schizzo fatto dall’autore per schematizzare la sentizione, ossia la proiezione interiore del mondo esterno nel quale siamo immersi.

Il neuropsicologo Nicholas Humphrey ha indagato la coscienza in ottica darwiniana, ipotizzando che nelle spirali ritratte sotto le stelle da madri e padri in tempi ancestrali sia la trascrizione stupita della consapevolezza appena fiorita accanto agli istinti e alle voglie, alla lotta per la sopravvivenza di tutte le specie animali. Consapevolezza d’essere al mondo che è il nostro tratto speciale, la nostra nicchia ambientale, prosperata e perversa fino a disconoscere il divenire del mondo e dei corpi, dello sperma e del mare per anteporgli i sogni eterni e immutabili, i purissimi sogni della Ragione. E adesso, smarriti, andiamo in cerca dell’Uno al di là del bene e del male, della Grazia nei cieli e della Presenza. Guardiamo oltre per corregger l’errore anziché guardare indietro, l’Unità che già c’era e che resta nella selva. I “maestri” chiudono gli occhi e disprezzano il mondo, eppure dicono: fissa l’attenzione sulle cose per sviluppare lo stato di Presenza, guarda gli alberi e il sole, apri l’occhio interiore. È un paradosso.

Sono confuso, non so più cosa credere. Stanco delle astrazioni, mi fermo. Mi fermo ed osservo le foglie mosse dal vento, il raggio di sole. Un televisore ciarla parole, rumore di stoviglie, una voce. Le formiche procedono nel loro lavoro, respiro. Ecco il mio respiro. Eccomi. La mente è sottile, non ha presa perché il sole è sulla pelle, cadono gocce di sudore, lampeggia il cursore sullo schermo. Sento fruscio d’alberi e foglie, passa il gatto per la colazione. Respiro. Acqua, terra, erba, ho innaffiato le rose. Respiro. Il flusso dei pensieri è un fiume sotterraneo, sordo, che non fa rumore. Nulla attecchisce, nulla prospera. La mente registra, ma non elabora; l’attenzione è già altrove: al prossimo luccichio, a un altro suono, a un nuovo odore. Le postille della mente, il suo commentario incessante, i giudizi, il cicalare vomitare insultare dell’ego… svaniti. Sono qui, ora. Respiro. Respiro il Cuore del Mondo. Eternità ogni singolo attimo. Eternità già finita. Nuova Eternità.

Cosa dice il mio cuore? Mettere il proprio io sulla croce e scorgere il cielo non serve a ritagliare una scheggia immortale o a raggiungere Dio, quanto a vedere di nuovo il Saṃsāra e i suoi doni, depredati da coloro che non sanno quello che fanno allo spazio di Presenza finito e infinito. È celato? È altrove? Io penso che il Regno sia pressappoco la selva, qui e ora, la goccia di pioggia, la vespa ed il cane, gli sguardi d’amore, il sesso sfrenato, il mare, il dolore. Non sono illusione bensì sacri corpi ed incontri. Il Saṃsāra dolente, la selva intricata si fa spazio radioso, e ogni battito d’ali, o carezza, o respiro è un regalo. Non credo ai due mondi, a questa menzogna che tanto male ha fatto a noi tutti, come non credo alle fate. Io credo che sacro sia quello che vedo e che tocco, e che la sua essenza divisa fra tutti, la materia stellare che tutti compone, consenta alla Presenza di splendere. Io vedo e lo sento, qui e ora, non c’è Regno a cui ambire, o Unità da scovare sputando sul mondo: è anzi osservando i santi del Saṃsāra che posso trovar la Presenza di nuovo. Chiedo aiuto a quei saggi, a volpi e falene, salamandre e merluzzi, presenti ed in lotta qui e ora. Crocifiggere l’ego serve ad aver gli occhi di un gatto, ad andare con lui ed imparare, ad ascoltare e tradurre in enciclica il grido del Saṃsāra umiliato, ferito, violato e deriso.

Respiro. Respiro. Respiro e mi unisco al “Commonwealth of Breath” descritto da David Abram, alla pura Presenza del corpo aereo della selva lucente, dell’equoreo suo sangue, della terra che è pane. Tutto respira, e respiro a mia volta. Respiro e seguo la traccia che sacro fa il mondo, la proporzione intuita e trascritta che torna e ritorna: il phi, la Sezione aurea. Scelgo lei da inseguire, se devo inseguire qualcosa, e la inseguo tra girasoli e uragani, galassie e germogli. In lei perdo l’ego e me stesso, fratelli e sorelle, padre, madre, figli o campi: faccio a pezzi il mio guscio, il mio orgoglio, la storia mia tutta intera. Il premio è un guscio più grande, un compagno animale, lo sguardo del gatto, il mio posto nel mondo, l’ancestrale Presenza, l’animale che è in me. Nudo nel mondo e incerto sul prossimo passo, rinuncio e respiro, osservo ed ascolto le cose che vanno e andando si espandono e cambiano, e amano e muoiono. Loro vanno, io vado con loro e osservo quest’andare a spirale, qui e ora, in un guscio di chiocciola che lenta, lenta, respira a sua volta, e respira con me.

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