ESTATE

Se penso alle luci d’estate, e a chi le ha narrate, è a lui che ripenso. Lui che dell’estate scriveva, e scrivendo rimandava all’estate il suo volto feroce, giocando nel sole. Lui che l’amava, eppure un’estate se ne andò tutto solo. A Passaggi e Sconfini è piaciuto: spero piaccia anche a voi.

Sai Cesare,
contavi un’estate che ho sognato fin da bambino. Sognavo d’amare tra lucciole e grilli, di baciare una bocca come polpa di pesca, gli abbracci giù al mare, profumo di sale. Sognavo capelli bagnati sul petto, le spalle abbronzate, di cicalare in cerca dei suoi spazi segreti, degli afrori selvaggi che emanano i luoghi celati anche al sole, se non per pochi momenti nudi e innocenti. Sognavo il mio amore dormire, i suoi sorrisi nel sogno. Da piccino il cuore sapeva levarsi e garrire come rondini a sera, danzare. Ma un’estate così, che speravo per me e sperando godevo, trascorse le volate sui pedali, le attese solenni dei giochi, le confessioni alle stelle, in fin dei conti, non l’ho mica vissuta. Belle promesse, grandi sogni e ideali, poi dicono i vecchi che si sta come i cani.

Tu lo sapevi che vecchi si nasce e non si diventa, e di farne segreto t’importava ben poco, tant’è lo scrivesti.[1] Negato l’amore, negata l’estate, ti congedasti d’agosto, dando due addii: il 18 alle lettere—“Non scriverò più”—e il 27 ai lettori—“Perdono tutti e a tutti chiedo perdono”.[2] Una chiusa di frase lunga una vita; punteggiatura impeccabile, risoluta e tremenda. Della tua assoluzione godrà chi è colpevole, ma delle scuse ho da dire la mia, perché ho intuito le grida dalle pagine mute, ho capito, e hai il mio perdono. Abbiamo in comune la verità che intuisti e dicesti, che sento e che temo, ma dirla io ad alta voce non riesco, non con quel tono così melodioso.

Cesare mio, è il paesaggio di casa a nutrire le forme del dire: le parole son spighe, e lo stile il campo. Il tuo sinuoso e sassoso come terra di langa saliscende e biondeggia, il mio arranca tra i monti, apre una valle tra bricchi e bealere. Le estati, invece, assai si somigliano. Ricordo un caleidoscopio di stagni, frutteti e zanzare, le vespe sui fichi e la mamma che dice “Sta’ attento!”. Un trattore passa tossendo, l’odore di fieno accompagna nel sonno, le vie sono strette come “cancelli della vita e del mondo”.[3] Per entrambi, con la giovinezza, è arrivata Torino, il Po che “entra negli occhi e li lava”, un fiume reietto oramai, non fosse per chi spezza remando il suo dorso lucente, vi si tuffa trovando “una forza cieca, gioiosa e sorniona, come quella di un tronco o di una bestia dei boschi”.[4]

Un giovane Cesare Pavese e la Langa “mitica”, ossia dell’innocenza.

Di ricordi d’estate, però, ne ho altri e non buoni. Mi daranno del corvo, Cesare, pazienza: sarò come lo schiavo che a Roma, rompendo l’esultanza e l’orgoglio dei generali in trionfo sussurrava loro all’orecchio “memento”. Ricorda che devi morire, tieni i piedi per terra. Io ho dei lutti tremendi a ferire l’estate, e la certezza che ricordarli sia non giusto ma onesto. Lo pensavi a tua volta. Scrivesti che nulla sa di morte “più del sole d’estate, della gran luce, della natura esuberante”. Scrivesti “la natura è la morte”.

Diranno: che triste pensiero! Diranno: dipende da come guardi le cose! Obiezioni da fessi. Verità è che l’estate è imparziale e si dona alla morte quanto alla vita. Verità è che solo dalla parte della morte possiamo comprendere l’amore dato in pegno, e far della vita intera un’estate. Io, Cesare, non vedo più in là della sera, e quello che vedo è ancora il mio sogno.

L’aria della notte irrompe dal giardino e sono solo. Salvo la breve radianza delle luci un metro o due di qua e di là, il resto è sprofondato nel buio. Una gatta in amore chiama a raccolta i maschi sui tetti, cerca per sé un po’ di calore. La notte è calda, selvatica notte di silenzi e odori che son gli stessi delle mie notti bambino. È un caldo potente, odoroso: “Ci sono dentro anch’io a questo odore […], tanti sapori e tante voglie che non sapevo più di avere addosso”.[5] Ho voglia di grilli, di stagni, di erba. Non di montagna, di roccia bensì di terra grassa, di collina ho voglia—della tua collina Cesare, dei tuoi diavoli e sogni. In questa notte fremente penso agli amori appassiti e sbocciati, a quelli non colti; vedo danze e bottiglie vuote, fuggifuggi e risate, fatui giochi d’estate, la città a sera, corpi nudi la mattina, i baci che darò tra i lumi d’agosto e d’oltrepo.

Vedo te, e vedo noi. Niente paura, la bella estate arriverà, prima o poi.


[1] C. Pavese, La bella estate, Einaudi, Torino 1968, p.121.
[2] Cesare Pavese chiude con queste parole il diario poi pubblicato col titolo Il mestiere di vivere (Einaudi, Torino 1952). Lascia invece la seconda nota agli amici, più la raccomandazione di “non fare troppi pettegolezzi”, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò che si trovava sul tavolino della camera d’albergo dove si toglie la vita, a Torino, il 27 agosto 1950.
[3] ivi, p.110.
[4] ivi, p.114.
[5] C. Pavese, La luna e i falò, Einaudi, Torino 1969, p.24.

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