PAZZESKA! TORINO PRIDE 2019

Giro attorno a un resoconto come si gira attorno a una rotonda, che giri e giri e non sai che uscita prendere. È più un’impressione o una serie di impressioni del Torino Pride 2019, da riassumere in tre parole: carnevale, generazioni, confini. Al Pride mancavo da dieci anni, e ho capito da una serie di esperienze che dieci anni sono uno spettro temporale ampio abbastanza da perdere qualche capello, qualche affetto e qualche sorriso, ma anche da consentirti di tirare le somme. Questa scintilla di saggezza che viene coi trent’anni il sorriso te lo fa sbocciare di nuovo, e sorridendo nascono nuovi affetti. I capelli, invece, quelli no: non c’è niente da fare.

Prima impressione: i teens. Salgo in metropolitana ed è pieno di liceali in vacanza agghindati e coloratissimi. Collane floreali, bandiere arcobaleno, cartelli piegati in due per non ingombrare gli scompartimenti. Gioia per gli occhi, perché non li ricordavo così numerosi – forse perché ragazzetto, allora, ero io (il che suscita quella malinconia del cambio di passo, del passaggio del testimone etc.). Ho scelto a mia volta una mise puntuale, “da Pride” appunto: camicia hawaiana del biscugino laterale con foglie fiori e frutta. Una roba così vistosa, per i miei standard fissi sul tinta unita, da risultare quasi feroce. Mi pulsa in testa la parola outrageous, ma ogni prudenza svapora approdando a Piazza XVIII dicembre, dove mi si para innanzi un ragazzo in shorts, occhialini tondi e calze arcobaleno. Sulla maglietta ombelicale ha scritto “PAZZESKA”.

Un carnevale. Oh, che carnevalata! Al Pride ci andrei anche, ma è poco più di una parata!” Ne ho sentite di frasi così; a tratti credo d’averle pronunciate io stesso, con quella vena polemica che ti prende la tempia e lamenta la latenza politica: perché a chi partecipa interessa fare casino e dar spettacolo, ma delle idee al vertice del corteo cale poco. È vero? Sì, no, boh. Accade in tutte le manifestazioni, è un’argomentazione fallace. Il Pride è un inno alla libertà, oltre che alla lotta. I termini s’intersecano e si ibridano. Fanno l’amore, appunto. E poi, carnevale. Parliamone. Il carnevale ha origini antiche. Nella tradizione cattolica è il giorno in cui le gerarchie sociali si ribaltano e “ogni scherzo vale”. Il mattino seguente la polvere sedimenta, gli eccessi rientrano, tutto torna al rigore e ai ruoli consolidati: chi padrone, chi servo. Ma per un giorno, oh, per un giorno TUTTO È POSSIBILE.

Il proposito del Pride è dilatare all’infinito le possibilità: ricordare e ricordarci che confini e limiti non hanno nulla di naturale, e che il loro superamento – il superamento di sé – è la via e la verità dell’evoluzione. “La via della natura è la via del nuovo”, ha scritto l’antropologa Deborah Bird Rose. Ogni cristallizzazione dell’esperienza è “infatuazione per la certezza”, che “può esser vista come un modo per recidere le dinamiche del mistero e del desiderio; per distillare confini netti e stabilità dalla fluttuazione dinamica”. Bird Rose propone di abbracciare l’incertezza, il dinamismo, e di “far sgorgare il nostro amore in questa Terra instabile e incerta”. La bandiera rainbow simboleggia e promuove inclusione e ibridazione: è sintesi tra colori, forme ed esperienze; rappresenta la comunità GLBT e per estensione la comunità della vita in tutte le sue espressioni. È un simbolo ecologico.

A 50 anni da Stonewall, questo resta il bello del Pride, ed è stato anche il bello del Torino Pride: la sua dimensione trasversale e transgenerazionale, espressa dal tema “Over the borders”. Bella la risata carnevalesca che annienta le differenze e sputa su ogni pretesa di cristallizzazione: il cartello “È venuto meglio Pinocchio con una sega che questo governo con la Lega” è l’epitaffio sulla pretesa di ascriversi qualsiasi “cambiamento”. Il cambiamento è qualcosa di colossale, di indomabile e irrefrenabile che appartiene solo alla vita. È superamento costante, che a Torino si è incarnato in migliaia di corpi: un centinaio di migliaia per la precisione. Tra tanti corpi più o meno familiari ricordo la bimba sul carro che gridava al microfono “SU LE MANI!”; o la coppia di settantenni sorridenti col pugno alzato affacciati a un balcone di via Santa Teresa. Sono piccole parti di quel Tutto, simboli e segni di volti e di nomi che lottano, che ridono, che amano. Tutti PAZZESKI!


Tutte le foto, copertina compresa, sono di Andrea Maieli.

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