PRIMAVERA

Visto che ne abbiamo avuto un breve lampo ed è svanita, come rapita da lunghe giornate di pioggia che chiamano la malinconia, ho ripreso questo pezzo sulla primavera che ho scritto per la rivista Passaggi e Sconfini. In attesa di calore, della forza del sole, di una bella estate. Passerà, niente paura.

Caro Pier Paolo,
scrivi nella primavera del 1944 al partigiano e amico Luciano Serra, dalla tua Casarsa: “E io me ne vado a spasso per i campi vuoti, con qualche primoluccia qua e là, qualche lista di verde lancinante, contro le nevi del monte Cavallo sospeso con le sue creste bianche nell’aria azzurra. Solo, vado per i campi, e cammino cammino, dentro il Friuli vuoto e infinito. Tutto puzza di spari, tutto fa nausea, se si pensa che su questa terra cacano quei tali. Vorrei sputare sopra la terra, questa cretina, che continua a metter fuori erbucce verdi e fiori gialli e celesti, e gemme sugli alni”.*

Vorrei dedicarti la mia di primavera, immagini e parole: il canto dei merli sopra i tetti, le giornate che si allungano tra viali, i germogli alla finestra. Sai, Pier Paolo, alla fine di ogni inverno vado in cerca di cenni di speranza, della nuova giovinezza; insisto su metafore già note: la primavera come aurora, la primavera come inizio, il rinascimento di universi viscerali, dell’idea di Libertà. È così diversa dalla tua primavera. Ricorda il gozzovigliare tra strali e fiorellini in un’Arcadia nella quale tutti galleggiano come appena svegli; gli occhi torbidi del Botticelli, che godono e danzano qui e là, inseguendo cinguettii.

Tu, anziché ringraziare i boccioli risoluti affiorati tra i proiettili, anziché coglierli e affondarci le narici, perdevi tempo a guardare le ombre, indugiavi nell’inverno. Che cretino, diranno alcuni! Guarda le vie piene, il verde tenerissimo, il Rocciamelone saldo sui suoi piedi, un imperatore celeste. Io dico che sguazziamo sulla superficie della vita, lordiamo di veleni una terra ricca e benedetta, spariamo coriandoli e fumogeni, scattiamo selfie tra i ciliegi. Tu, invece, arrancavi nella morte, il tanfo dei corpi infestava le narici, inghiottiva il profumo dei fiori. Avvelenava le parole, Pier Paolo: scrivevi solo, vuoto, infinito. La tua era una primavera di terrore, di fucilazioni, di cappi; una primavera che ammazzava perché, alzandosi man mano, il sole rubava la notte in cui nasconderti. Coi fascisti dentro casa e le svastiche nei mazzi di rose, eri come un morto in mezzo ai morti. E i morti non colgono fiori, ai morti i fiori sbocciano tra le labbra, in nuovi sussurri: i tuoi per me.

Pier Paolo Pasolini sulla tomba di Antonio Gramsci (1970 ca.)

Grazie, Pier Paolo. Senza te non sarei io. Non avrei senza il tuo inverno la mia primavera, senza la tua lotta la mia pace, senza Ostia questa Italia. Io fingo, Pier Paolo, nel pensier mi fingo che la vita sia come priva di morte, di creature braccate o abbandonate. L’umano resta disumano. Allora mi allontano finché le zanne si fan cime, i fiumi di sangue correnti marine, la mia terra nuda di guerra. Da quassù, il pianto s’intona alle risa, ogni istante confluisce nella quiete, un’armonia inattesa è la somma di ogni cosa: il sole antico e nuovo che sovrasta tutti e tutto. La nostra umanità risuona su quel cembalo santo, fiamma che s’incarna ogni giorno su questo minuscolo mondo. Nuove storie, nuova luce, uno danza, e prosegue la vita. Riusciamo, per amor della vita, a consegnare senso a ciascuna storia, sia essa breve o lunga, possente o piccina: l’Amore è l’unica cosa inventata degna di nota. Senza non siamo; senza, Pier Paolo, l’inverno che vedevi sarebbe tutto ciò che resta da vivere. Invece è primavera.

Tengo saldo il ricordo del sole, la sua fulgida voce. Spero e prego di vederlo di nuovo. Ne scrivesti anche tu, ricordi? Nel 1962 intitolasti Primavera una poesia, parlandone come di una “preghiera negli ardenti prati”. Promettesti di tornare “quando gli Anni Sessanta saranno perduti come il Mille” e il tuo corpo ridotto a uno scheletro “senza più neanche nostalgia per il mondo”. Pier Paolo, come te anch’io un giorno sboccerò di nuovo dalla terra “nella furia del mio amore per l’Acqua Santa del sole”. È la furia di tutte le creature, da sempre e per sempre. È la furia delle primule di Casarsa, delle farfalle e dei gigli, la furia dei compagni tornati a ricordare i canti e i falò, i baci tra i faggi, i giorni d’aprile.

È tempo. Il sole sorge, la sveglia suona.
È ora. Primavera.

* Pier Paolo Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di Nico Naldini, Einaudi, Torino 1986, p. 190.


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