PERLE

Dicono che solo un’ostrica ferita possa produrre o dar vita a una perla. Per ferita s’intende penetrata, violata da qualcosa di alieno: un corpo piccino, come un granello di sabbia. Ebbene, allora solo un dolore, una ferita o più d’una, solo tutte le nostre cicatrici possono darci le perle, ossia maggior valore.

Nessuna esisteva, se non il diamante implacabile del nostro cuore. Prezioso, sì, ma duro e tagliente sulla pelle dell’ostrica, sulla sua morbida carne. A batter la scorza s’è staccata una scheggia—ché il diamante è sì duro, ma sul diamante va in pezzi—e la scheggia o più d’una si son fatte strada nel ventre dell’ostrica: nel tuo e nel mio ventre.

È stato un tormento, un martirio. Le cicatrici prudono ancora, e il dolore rinasce ogni tanto. Talvolta, anzi, esce sangue, e amando ci odiamo. Allora ci diamo silenzio per vedere se il cuore può perdonare la propria durezza e quella dell’altro; se può prendere i tagli, gli sbreghi e gli squarci e farne una collana di perle.

Silenzio per capire se possiamo amare noi stessi e amarci l’un l’altro smettendo le pene e le fughe, indossando le perle in un giorno di sole. Indossandole come ricordi di cuori ora savi e gentili che han dato l’addio a ciò che son stati. Indossarle come fossero niente, andando ancora per mano, in riva a un nuovo mare.

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