LUCI IN ARMAGEDDON

Il problema di questo paese qui non è tanto che sia un paese di vecchi, quanto che non dia credito ai giovani. Altrove, le Alexandria Ocasio-Cortez fanno incetta di preferenze tra i Democratici e scuotono le coscienze con il loro Green New Deal: in Italia, con molta probabilità, consegnano le pizze con Foodora. Perché? Un po’ perché “noi” millenials affrontiamo la vita con un fatalismo odioso al limite dell’accidia e gettiamo la spugna in fretta, “tanto il sistema è quello che è e non lo cambi certo da solo”; un po’ perché, appunto, i giovani italiani non hanno alcun credito. L’Italia è un paese non di vecchi, quanto per vecchi. È un paese in cui il conflitto generazionale trascende le asperità tra gli schieramenti partoriti dalla nostra schizopolitica: fasci-leghisti e fasci-stelle, catto-dem e catto-catto, veterocomunisti, anarcoinsurrezionalisti, tartarughe di mare e di terra, meloncini e limoncelli.

L’invidia dei vecchi nei confronti dei giovani e dei giovani nei confronti dei vecchi è lì da parecchio. I vecchi, come tutti i vecchi da sempre, invidiano ai giovani la “primavera di bellezza”; i giovani i privilegi, il lavoro, le pensioni. Non c’è classe sociale che tenga, né livello d’istruzione o cultura che segni, tra i vecchi, un discrimine circa refrattari, riformisti e progressisti. Vecchi illuminati, accademici e imprenditori, muratori, politici e pescatori mettono il giovane al posto suo in quattro e quattr’otto, perché “cosa vuoi saperne tu”, “fai un po’ di gavetta e ne riparliamo”, “prima devi avere i titoli”, “lei parla per conto di chi?”. Talenti, rivendicazioni, iniziative culturali: tutte le spinte viscerali dei giovani passano al vaglio dei vecchi e dei loro pigri intestini, e ne escono mutilate, anestetizzate, sopite. L’Italia è un paese flatulente che non vuole cambiare o che cambia ricostruendo, mattone su mattone, il proprio passato.

Sta avvenendo con questo governo “del cambiamento”. Ecco l’unico cambiamento tollerato: che i giovani cioè facciano propri i valori dei vecchi. In Italia non esiste avvicendamento dei volti, non idee fresche.
I vecchi temono l’intelligenza dei giovani, temono che gli facciano le scarpe. Professori, tecnici e tanti altri gli rubano le idee e le spacciano come proprie, per riciclarsi ancora una volta, per rimandare la morte di poco. Attendendo pazientemente il loro momento, i giovani diventano vecchi, gli odori si fanno stantii—arriva la canfora, la lanetta, il piscio—, e finiscono per accogliere con la stessa indolenza le occasioni del quotidiano. Arriva uno e ti dice: “Ecco il lasciapassare per evadere, prendilo!” No, rispondi, non ne vale la pena: dove sono posso lamentarmi, posso far niente, sono al sicuro. È triste, triste davvero, questo terrore per l’ignoto. È ancora più triste dover accettare un mondo non tuo per sopravvivenza.

Tu che sei cresciuto in un pezzo d’Europa; tu che parli più lingue e vivi i confini e i volti e le genti come spazi di confronto e di ricchezza coi quali tracciare segni invisibili sulla tua pelle; tu che ringrazi i padri ed i nonni per le conquiste che ti han regalato, per la libertà di decidere, di credere, di manifestare, di andare. Tu ti ritrovi ad odiarli sentendoti dire che i confini van messi, che con lo straniero son pene, che il pericolo è ovunque e una volta sì che si stava bene. Ti ritrovi a soffrire il loro dialetto, la loro prudenza, la paura di tutto, che è paura di niente. È un mondo piccolo, troppo piccolo il loro. E vedi anche gli amici, i compagni, i parenti, contagiati dallo stesso terrore, dalla stessa follia. Li vedi incazzarsi e invecchiare, pensare a morire sicuri, anziché tentare di vivere. Soffocano la vista e l’udito, non senti altro che questo. Il mondo che hai conosciuto, che pian piano si apriva e allargava, va in pezzi.

Ma. Ma poi ti svegli di mattina, apri i giornali online e vieni a sapere che la baraonda di Sanremo è finita, a vincere è stato ragazzotto di ventisette anni, italo-egiziano, omosessuale, cresciuto con una madre tradita e abbandonata, con una canzone nella quale racconta lo sfascio della famiglia tradizionale, la sua storia. Sui social il trionfo di Mahmood assume contorni politici, vecchi e invecchiati son scatenati, incazzati neri: “Ritirategli il premio: è il festival della canzone italiana, che c’entra il kebabbaro?”, “Chi è ‘sto succhiacazzi marocchino?” e via di seguito. Vai a cercare il pezzo. Al primo ascolto fa pena davvero, poi si fa largo quel frammezzo in arabo: “Waladi waladi habibi ta’aleena”, ossia “Figlio mio, figlio mio, amore, vieni qua”. Pensi che la speranza è fatta di piccole luci. Pensi che Sanremo non è più Sanremo, e che in un paese morente qualcosa che stride, qualcosa di giovane, ogni tanto s’accende.

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